martedì 2 febbraio 2021

Cielo del mese di Febbraio

Nella mappa di questo mese (che si riferisce al giorno 15 verso le ore 19) sono evidenziate in successione le costellazioni dello zodiaco da ovest a est PESCI-ARIETE-TORO-GEMELLI-CANCRO-LEONE (6 su 12), e sotto l’arco dello zodiaco spicca  ORIONE circondato dalle tante stelle brillanti del cielo invernale.
Il pianeta Marte domina ancora il cielo con il suo caratteristico colore rossastro.
Per i possessori di binocolo o telescopio vale ancora la pena approfittare per osservare comodamente i molti oggetti segnati nella mappa allegata: la Galassia di Andromeda, gli ammassi stellari delle Pleiadi e delle Iadi (intorno alla stella Aldebaran del Toro), la Nebulosa di Orione (sotto la cintura).

FASI LUNARI
GIOVEDI 4           ULTIMO QUARTO
GIOVEDI 11         LUNA NUOVA
VENERDI 19        PRIMO QUARTO
SABATO 27          LUNA PIENA

La Stazione Spaziale effettuerà passaggi serali fino al giorno 8 febbraio, poi per una decina di giorni passerà di giorno (per cui sarà invisibile). Dal giorno 20 sarà ancora visibile ma al mattino
fra le 4 e le 6.

L’ATTIVITA’ PUBBLICA DELL’ASA RIMANE ANCORA BLOCCATA A TEMPO INDETERMINATO A CAUSA DELL’EMERGENZA SANITARIA


venerdì 8 gennaio 2021

Sospensione attività scolastica


Conclusione del "Quaderno dei ricordi"

Bene, cari lettori! 
Con questo ultimo scritto abbiamo pubblicato quanto i “ragazzi” del Gruppo di Scrittura nonché Creativa hanno prodotto. 
Abbiamo fatto del nostro meglio, ma certo che scrivere su un argomento così era piuttosto rischioso…

In ogni caso i nostri più sinceri auguri a tutti, e continuate a seguirci…


 

E I VIRUS STANNO A GUARDARE…

 di Paolo Bravin
gruppo di Scrittura Creativa - UTE Sacile
 

“Però così non è giusto…!”
Il mio amico Tommaso sta borbottando fra sé e sé, con le mani in tasca e lo sguardo fisso nel vuoto.
“Cosa non è giusto…?” gli chiedo.
“Tutta questa pandemia! Si stava così bene prima, ti rendi conto? Si poteva girare, andare dove si voleva, e anche divertirsi a leggere sulle pestilenze delle epoche passate, tanto a noi non ci sarebbe mai capitato! E invece, guarda qua che roba…!”
“Ti divertiva leggere il Decamerone, vero? E magari pensavi che erano stati fortunati quei ragazzi a ritrovarsi tutti insieme in campagna per sfuggire alla pestilenza del 1348, passare il tempo a raccontarsi delle storie e magari fare anche chissà quali cose che non si possono dire ma forse indovinare…”
“Certo, ma adesso, caro Paolo, non venire qui a fare la solita predica, che le cose si apprezzano solo quando si perdono, ecc ecc….”
“I Maya lo avevano predetto, ti ricordi? Solo che non era il 2012 ma il 2020…”
“Ok, ma tu, dopo tutti questi mesi passati ad avere paura, come ti ritrovi ora?”
“Diverso… ricordo che Pirandello sosteneva che ognuno di noi ha tante personalità, tante maschere che indossa nel confrontarsi con gli altri, ma in fondo non è mai autentico; uno nessuno e centomila appunto… Ma ora abbiamo tutti la stessa mascherina!”
“Però Oscar Wilde affermava che “Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero”.
“Allora dopo tanto filosofare, eccoci qui tutti con la mascherina simbolica materializzata, tutti nascosti gli uni agli altri: come la interpretiamo…?”
“Ti confesso che tanta gente che conosco, ora con la maschera ci guadagna nell’aspetto…! E altri, che mi parlano dietro quello scudo, riesco a capirli meglio senza essere condizionato dalla loro espressione facciale. E comunque preferisco essere nessuno a modo mio che qualcuno al modo in cui mi vorrebbero gli altri…”
“Io invece ho problemi di udito, e vorrei avere le orecchie al modo di qualcuno che le ha buone!”
“Ma senti, Tommaso, in tutto questo periodo di quasi isolamento, qualcosa di buono avrai fatto o imparato, immagino… oppure no?”
“Si dai, non tutto il male viene per nuocere, anzi.. per cuocere…!”
“Vuoi dire che hai passato il tempo in cucina ad ingrassare…?? E’ così che intendi quando dici che le difficoltà ci fanno… crescere?”
“No no, al contrario! Non so spiegarti  come sia successo, ma di fronte alla prospettiva di stare tutto il giorno chiuso in casa, e che magari ci sarebbe anche potuto essere il razionamento del cibo, qualcosa è scattato dentro di me, quella che potrei definire la sindrome di Robinson Crusoe…
Vedi, più che dieta è stato un atteggiamento diverso nei confronti del cibo.
E comunque non è vero che stare chiusi in casa provoca problemi di stabilità mentale; ne parlavo giusto oggi pomeriggio col frigo. E infatti ho perso qualche chilo e mi sento più agile”.
 “Così adesso nei confronti della tua parentela sei diventato un parente più… stretto!”
“In effetti, sono finalmente rimasto a casa con la mia famiglia! Sembrano brave persone!”
“Comunque, certa gente, prima di lamentarsi per questa restrizione alla libertà individuale, dovrebbe ricordare che ai nostri nonni fu ordinato di andare in guerra, mentre a noi di combattere questo virus stando a casa, magari col pigiama come divisa militare!”
“Io invece avevo in mente di fare un viaggio in qualche parte del mondo, ora chissà quando. Non posso nemmeno andare alla Fiera dell’Est a comperare un topolino per due soldi, come fece mio padre…”
“Senti, finora abbiamo detto un sacco di cose, ma quale è il succo della nostra chiacchierata…?
“Semplicemente che cerchiamo di riderci sopra. Evviva quelli che ridono con gli altri e non degli altri. Evviva quelli che cercano di farti ridere anche quando non c’è niente da ridere. Perché tutto questo di sicuro finirà, prima o poi! Passerà per tutti, e guarda che l’ho scritto con l’accento sulla a...!”
“Come diceva Oscar Wilde: “Mi piace parlare di niente, perché è l’unica cosa di cui so tutto!”
“Allora adesso ti dico ciao, perché dirsi ciao fa bene: è …salutare!”
“Ciao e alla prossima!”                                                        
 
 ***
 

INQUIETUDINE

                                         Entra silenziosa,
                                            ladra di desideri,
                                                invadendo spazi
                                                    destinati alla gioia.
                                           Non sai da dove
                                  né da quando sia in te.
                        Forse si è insinuata
                            tra le ombre grigie
                                di notti insonni,
                                    o giorno dopo giorno,
                                        nel ripetersi di eventi
                                            imprevedibili, arcani.
                               Impenetrabile nebbia in
                    giornate autunnali,
            ti impedisce di vedere
           lo splendore del sole,
             il colore di un fiore.
                 Sei sempre in attesa
                   di notizie allarmanti.
                          Ma devi squarciare
                       il velo impalpabile
                    che ti opprime:
                        vedrai altri occhi
                             che cercano
                                 la luce nei tuoi;
                                      altre mani che desiderano
                        intrecciarsi alle tue;
                                altre voci indistinte
                                    che vogliono unirsi alla tua.
                                            L'inquietudine diventa
                                                coraggio, forza, energia.
 
                                   Titti, 26 luglio 2020

 

PANDEMIA…?

 di Vittorio Coluccia
gruppo di Scrittura Creativa - UTE Sacile
 
In questo “strano” tempo di PANDEMIA... ma cose una “pandemia”!
Un termine quasi mai usato se non da qualche specialista medico o da non ben qualificati “indovini o veggenti,” per definire situazioni difficili come “LA PESTE”, i primi o per minacciare catastrofi e punizioni divine, i secondi... per accreditarsi mirabolanti doti e impressionare i creduloni, in genere gli “ultimi”.
Poco usata e temibile, proprio perché non usuale... ora se ne sta forse abusando? Difficile una qualsiasi plausibile risposta, l'incertezza, nonostante calcoli, algoritmi, rilevamenti e statistiche, regna sovrana e quindi merita di attuare l'antico e sempre valido adagio: “fare di necessità... virtù!”
L'Italia, come mai prima, è stata suddivisa in Regioni multicolori: verdi quelle virtuose cioè nessuna, gialle quelle birichine e dispettose, rosse quelle proprio cattive, indisciplinate... quasi ribelli oppure più sfortunate magari solo perché più popolose.
Che fare quindi?
Forse basta stare attenti, essere prudenti... e basta?
Clausura forzata, quindi, obbligo di restare a casa limitando al minimo gli incontri e le occasioni di “contagio”... e così ho pensato di utilizzare questo tempo per rivedere un po' del mio passato e, con le inevitabili incertezze della memoria, ho sollevato un sottile velo di nostalgia e ho ricordato esperienze e fatti che hanno corroborato l'esperienza del vivere e dell'operare.
Riappare così, come fosse ieri, un episodio di una gagliarda gioventù:
 
Pattuglia al confine
Trieste, scintillante come un tappeto di brillanti, si stendeva pigramente verso il mare; una visione affascinante dal privilegiato balcone dal quale, si affacciava per la prima volta di notte, il giovane Sottotenente.
Il ciglione dell'alto Carso di Vedetta Alice... i profumi dell'erba secca e del salmastro cha risaliva dal mare, creavano un insieme di sentimenti e ricordi che cercavano un posto nella mente e nel cuore di Domenico ma la ragione lo riportò alla realtà: si trovava per incontrare in segreto un “informatore”, uno del luogo ben informato, dicevano, su fatti e movimenti strani che alcune voci “confidenziali” riportavano sulla vita notturna dei piccoli centri dell'Altopiano Carsico.
Tra pochi giorni sarebbe stato Natale e già comparivano le prime luci e i primi addob­bi. In quel luogo, noto come “Museo de Henriquez” per via dei tanti cimeli di guerra che vi erano stati raccolti ed esposti all'aperto, si doveva incontrare con il “confidente”, un tale che lo avrebbe informato su questi strani e mai verificati “sconfinamenti”.
 
L’informatore
Si presentò puntuale, distinto nel portamento e decisamente disinvolto e sicuro.
Alto ,con barba e baffi ben curati, in un soprabito azzurro che contrastava con la stagione ma si vedeva che era di buona stoffa e si presentò:
“Bongiorno” - disse in un chiaro accento straniero... forse balcanico.
“Buon giorno!” - rispose il tenente e allungò la mano ma l'altro non la prese.
“Allora - incalzò Domenico - che novità ci sono?”
“Questa notte... questa notte è previsto... uno sconfino... esatto non lo so... dove non lo conosco ma l'orario... credo... tra la mezzanotte e le due... Non so cosa dirvi... so che andranno alla locanda del cervo d'oro intorno all'una e mezza... stanotte!”
“Ma da dove entrano... il confine è lungo... molto lungo, mi serve qualche indicazione più dettagliata, almeno uno spazio di cinquecento metri o un chilometro...”
L'uomo coi baffi restava in silenzio, come se non avesse compreso poi, prima di allon­tanarsi disse:
”Non è poi così lungo il confine, e Gropada... quello è uno dei punti più vicini a Villa... è più vicino alla stazione del Tram e la stazione è un luogo molto impor­tante… è proprio sopra quella del Porto... parlo di quello di Trieste... che dall'altra parte dicono... a loro ritornerà”
“Bene - rispose il tenente che aveva intuito - grazie... ci penseremo.” 

E si salutarono. 
Nessun altro aveva ascoltato, solo lui e il confidente.
Domenico ora sapeva cosa doveva fare quella notte: avrebbe guidato la pattuglia, si sarebbe aggiunto al sergente comandante della pattuglia e avrebbe portato i suoi uomini proprio dove c'era tutto quello che serviva: la stazione, la città e la stazioncina del tram di Opicina, o di Obcjna come dicevano loro, la gente dell'Altopiano.
L'abitato di villa Opicina distava solo due chilometri da Fernetti ma questo era un Posto di Confine controllato, Gropada era un valico secondario.
Era chiaro quindi che dalle sibilline parole dell'informatore lo sconfinamento sarebbe avvenuto nei pressi di Padriciano per poi raggiungere, magari con qualche compiacente, villa Opicina e poi verso la città di Trieste, forse utilizzando anche il tram che collega villa Opicina con la stazione centrale di Trieste.
Messo al corrente il Comando del suo reparto, Domenico preparò la pattuglia scegliendo il personale più idoneo, e poi uscì presto, una volta calata la sera, per raggiungere la località che aveva definito probabile o come la più probabile.
Alla loro destra una lunga fila di “picchetti”, pilastrini di cemento, saliva agile e sicura verso l'alto segnando una quasi regolare mezzeria nell'ampia e spoglia striscia di terreno che materializzava il confine fra l'Italia e la Jugoslavia: quaranta metri di terra di nessuno, venti per parte.
Nella notte buia e silenziosa la Pattuglia al confine aveva lasciato i due auto­mezzi con gli autisti in una radura a valle ed aveva raggiunto, dopo una piccola mar­cia, il “confine”: doveva controllare proprio che questo venisse rispettato.
Spesso alcuni abitanti dell'Altopiano segnalavano delle irregolarità come lo spostamento dei “picchetti” verso l'Italia, a volte di alcune centinaia di metri, o lo sconfinamento notturno di tra­cotanti “Graniciari” che si presentavano a bere e a mangiare nelle “osmizze” di Villa Opicina e di Basovizza con la sicurezza di chi è nel proprio territorio, con quell'aria da “padrone di casa”, spesso accentuata ad arte.
Abusi e spavalderie ben accolte dagli abitanti dell'Altopiano che ancora non sapevano bene cosa e dove fosse l'Italia e temute dai pochi che vedevano in questi episodi delle vere e proprie provocazioni ed istigazioni ad un antico irredentismo jugoslavo.
Stavano per scadere i venti anni del Concordato del '55, quando gli Anglo-Americani lasciarono Trieste dopo aver diviso quella tormentata popolazione in Zona A e Zona B. Molti, nella Zona B, aspettavano questa scadenza per annettersi la Zona A e soprattutto Trieste.
I “Graniciari” erano le loro “Guardie confinarie” e venivano solitamente da paesi lontani come la Bosnia o la Macedonia, erano alti e robusti e portavano spesso folti e ritorti baf­foni; parlavano solo la loro lingua o addirittura il loro dialetto, incomprensibile a noi, ma non agli abitanti dell'Altopiano con i quali in qualche modo si intendevano; difficilmente però capivano i napoletani e i siciliani: era questa una delle realtà dell'Altopiano carsico a ridosso di Trieste.
 
Lo scontro
L’orecchio attento del Tenente si stava misurando con il territorio; il buio ormai era definito, impenetrabile e imperscrutabile per cui egli si affidava all'udito, ma lo scalpiccio sulla neve fresca dei passi della pattuglia creava quell'insieme di suoni e piccoli rumori che confondevano la oleata sensibilità del suo udito.
A un certo punto si fermò, alzo la mano, fermò la pattuglia e fece segno, col dito alla bocca, di fare silenzio; tutto tacque e Domenico acuì tutti i suoi sensi come quando, nelle profondità marine, percepiva le vibrazioni di piccoli esseri che si muovevano nell'oscurità, soprattutto dei polpi che si mimetizzavano con le alghe tra i sassi del fondale.
Percepì qualcosa e indicò col dito la direzione da cui poteva provenire un qualche rumore, lo indicò al sergente, ne richiamò l'attenzione.
Dovevano cercare di ascoltare bene in quella direzione per capire che cosa potesse essere: un animale, un capriolo, un animale notturno o qualcos'altro di più ingombrante sotto tutti i punti di vista.
Si trovavano in territorio italiano e si sentivano tranquilli, per questo quindi si disposero ad aspettare; si accovacciarono e si guardarono negli occhi e la pattuglia fu schierata in maniera circolare per controllare tutte le provenienze: al centro fu schierato il capo arma con la mitraglia, la MG 42/59, al suo fianco il servente con la cartucciera lunghissima pronta per essere utilizzata, circa 1000 colpi, e tutti gli altri a semicerchio.
Il Sergente a sinistra e a destra Domenico, l'unico in piedi a controllare velocemente da destra a sinistra con l'occhio vigile.
Tutti i suoi sensi erano allerta come nelle profondità del mare ma il leggero vento che veniva da nord-est, quella bora che veniva a raffiche brevi e ripetute, gli portava suoni lontani, rumori del mare che si confondevano con qualche scalpiccio non proprio vicino, ma c'era, e questo lo teneva in guardia.                                                                                                                                
Restarono fermi mentre quei rumori si avvicinavano e quando furono a poca distanza e già si distingueva che erano in tre:
“ALT...CHI VA LA!“ intimò Domenico urlando.                                    
Quelli si fermarono ma non risposero.                                                            
CHI VA LA!'“ ripeté ,ed ebbe una risposta che proprio non si aspettava:
“STOJ...!”
Domenico aveva sentito dire che era l'equivalente del suo “ALT”...
La situazione si era fatta molto complicata: Domenico e i suoi erano pronti, le armi in pugno, e confermavano la padronanza del territorio; gli altri facevano altrettanto.
Tutto intorno era silenzio e anche fra di loro.
E allora Domenico gridò:
“Cosa fate in territorio italiano? Questa è Italia... ripeto... Italia, voi siete in Italia, qui... ITALIA!” “No - provò a rispondere quello che sembrava il capo - Noi Jugo... qui Jugo!”
Era chiaro che questa pattuglia nemica non aveva capito dove si trovasse o non voleva capire; voleva aver ragione e con gesti violenti e precisi mimò di mettere giù le armi, le armi degli Italiani... e questo non era possibile.
La tensione era altissima e il nero della notte si poteva tagliare col coltello.
Le due parti erano sul punto di usare le armi quando una voce, in uno stentato italiano irruppe nel silenzio e nel buio
“Fermi fermi... c’è un errore... fermi c’è un errore!”
“Chi è che grida nella notte ...? vieni avanti e fatti riconoscere” urlò Domenico e accese la torcia.
“Comandante - fece ancora la voce - c’è un errore, aspettate!”
Finalmente dal buio comparve una figura minuta, curva e mal vestita che si sbracciava per calmare la situazione e farsi comprendere.
“Tenente... c'è un errore... un errore”
“Chi sei...? e spiegati bene!”
Intanto, sia i tre graniciari che la pattuglia, avevano le armi in pugno con le sicure tolte e il colpo in canna, pronti a fare fuoco.
“Avanti spiega - intimò al nuovo arrivato Domenico – qual è l'errore, che succede, perché sono qui queste persone e tu da che parte stai... sei dei nostri o dei loro…?
”Io sono vostri, comandante, sono vostri - si affrettò a rispondere quella specie di interprete - e questi amici si sono sbagliati... pensano di essere a Jugo.”
“Ah, quindi sono vostri amici... bene, ditegli di mettere giù le armi a terra e di allontanarsi indietro di tre passi!”
In una incomprensibile pantomima di gesti e di parole il piccoletto spiegò, si ripeté ancora una e due volte ma niente, quelli non volevano sentire ragioni; bofonchiavano, sbuffavano e continuavano a tenerli sotto tiro.
Allora Domenico decise di giocare l'ultima carta; un'ultima carta che poteva essere molto pericolosa, ma non aveva scelta.
“Ascolta, amico - fece all'interprete - dì pure allora che sono circondati, che sono sotto tiro e che non scherziamo!”
Ma anche stavolta, nonostante i ripetuti sforzi, quelli non cedettero; erano duri e non si muovevano di un passo e con le armi sempre in pugno.
Allora Domenico si voltò a sinistra e disse a voce alta:
”Picchio... fai sentire il suono della tua chitarra!”
... TAH...TAH...THAN...
Tre colpi in fila squarciarono il silenzio della notte come un suono di campane a distesa. 
Il caporale Picchio, capo-arma mitragliere, poco lontano e istruito in precedenza, aveva fatto partire una breve raffica di colpi e fu sufficiente: i tre graniciari capirono il pericolo e velocemente buttarono giù le armi ritirandosi con le mani alzate.
“Bene... molto bene - esclamò Domenico sollevato - raccogliamo le loro armi e andiamo tutti al Posto di Polizia di frontiera di Fernetti... anche lei - rivolto all'interprete - viene con noi, e tu Picchio, rientra e con il Sergente e tieni sotto tiro questa gente…!”
La piccola colonna si mosse in silenzio, raggiunse gli automezzi e poi il Posto di Frontie­ra.
Tra la meraviglia degli agenti vennero consegnate le armi e i tre graniciari furono rinchiusi in una stanza vuota.
“Signor Tenente… ora prepariamo il verbale - disse il Capoposto - e intanto chiamo la Questura di Trieste... devono sapere subito... Pronto, sì... pronto, chiamo da Fernetti... la nostra Pattuglia al Confine, quella dell'Esercito... sì, ha intercettato in territorio italiano tre graniciari e li abbiamo qui in custodia... man­date un automezzo per la traduzione al carcere... sì... aspetto una vostra chiamata... a dopo”.
Domenico tirò un respiro di sollievo: l'operazione si stava concludendo nel migliore dei modi.
Lui e i suoi uomini avevano corso un grave pericolo; l'equivoco, la testardaggine dei graniciari, la non conoscenza della lingua... poteva scapparci il morto... e poi?
Era successo tutto in modo inverosimile, come in un film… e in quella squillò il telefono.
“Chiamano da Trieste? - pensò - sarà la Questura... ma perché suona ancora e nessuno risponde?”
Lentamente, uno ad uno i poliziotti e i suoi uomini scomparivano mentre riapriva gli occhi e cercava la sveglietta sul comodino...

Domenico si trovò nella sua stanzetta dove dopo cena si era concesso una pennichella... 
Era stato solo un sogno!
Si alzò, si lavò il viso, controllò la sua pistola e il radiotelefono e scese nel cortile dove lo aspettavano il sergente, Picchio e gli altri della Pattuglia.
“Sergente... tutto in ordine?... Tutti pronti?”
“Signorsì, signor Tenente, possiamo andare!”
“Bene... andiamo!”
Domenico montò sulla Campagnola e partì seguito dall'agile camion CL/51 che trasportava il Sergente, Picchio con la mitraglia e tutti gli altri.
Ora, per la Pattuglia al Confine, cominciava la realtà.


2020 - L'ANNO DEL VIRUS

 di Valeria Pederiva
gruppo di Scrittura Creativa - UTE Sacile
 
Questo è un anno che passerà tristemente alla storia, anche se non è la prima volta che una simile calamità colpisce il mondo.
Pandemia: Epidemia con tendenza a diffondersi rapidamente attraverso vastissimi territori o continenti”.
Ho dovuto andare alla ricerca nel vocabolario per capire bene il suo significato e tutto il terrore che questa parola implica.
Non ho ricordi di aver vissuto simili catastrofi personali provocate dall'uomo, ma in fondo ho solo 76 anni all'anagrafe, anche se nel cuore e nella testa non sono più di 30…
Non si gridi allo scandalo, ma per quanto mi riguarda questa pandemia provocata dall'uomo a  me ha regalato anche delle emozioni positive, e mi spiego.
Ogni giorno, da quando è iniziata, ho sentito e sento notizie orribili e tristi ma anche alcune incredibilmente consolanti e quasi incredibili.
Aiuti fra vari paesi anche più poveri del nostro, iniziative di solidarietà da molti verso altri, offerte a pioggia, milioni di euro, America, Russia, Cina, e iniziative private, di ogni genere.
Mi consola; ma davvero ci voleva questo per risvegliare le coscienze?
Una nota stonata mi sembrano quei politici che usano la situazione per guadagnare consensi.
Ecco, a questi io vorrei gridare: – Ma quando eravate voi ad avere in mano il timone della barca, cosa avete fatto, rispetto a quello che ora contestate stando dall’altra parte? –
Certe volte mi viene proprio da spegnere il televisore.
Da sempre cerco il mio senso della vita, vita che ogni uomo concepisce a modo suo.
Nonostante ci sia un continuo dibattito in televisione e nei giornali, c’è sempre una gran confusione e un sovrapporsi di voci, di opinioni contraddittorie, e spesso mi vien da pensare che ci sia una organizzazione nascosta dietro a tutto questo per mantenere viva l’ignoranza della gente.
Qualcuno ha detto che quando vuoi rimediare ad una notizia vera ma scomoda che non doveva essere diffusa, bisogna creare altre notizie simili ma false e contraddittorie, in modo che non si riesca più a capire quale è quella vera.
Quindi, in questa marea di informazioni che ci arrivano da tutte le parti, come fai a districarti, a cercare di capire le falsità e le intenzioni?
Istinto, intelligenza, ragionamento, fede religiosa, disponibilità verso gli altri, convinzioni che hai dentro di te maturate negli anni…
L’anno scorso ho assistito, qui in paese, ad una serata in cui dibatteva un gruppo di giovani di una associazione che fa riferimento a Don Ciotti, e ricordo che quella sera mi sentii felice di poter constatare che anche i nostri ragazzi partecipavano a una iniziativa così importante, e quindi smentire quelle ripetute critiche sui giovani di oggi.
Sono stata orgogliosa di loro e di poter abitare nello stesso paese; mi ha rallegrato e dato speranza per un futuro migliore.
Ma per tornare al “nostro” virus e alla fase attuale.
Certo che è una situazione molto brutta, io posso solo dire che sono felice di non essere stata contagiata, nonostante la mia età e le valvole del cuore compromesse, e ammetto che ho la fortuna di abitare in campagna, e questo mi permette di poter girare nei prati e nei boschi, ammirando la natura, gli alberi e i fiori e godendo del canto unico di un usignolo; chi è più fortunato di me?
Ma ascolto ogni sera il telegiornale con trepidazione, constatando che non ce ne siamo liberati, e nessuno mi toglie dall'idea che questo virus sia in qualche modo un giustiziere.
Ci comportiamo davvero troppo male verso la vita, e sono anche convinta che se non impariamo la lezione da quello che sta succedendo, non so che umanità ne verrà fuori.
Andrà tutto bene davvero? Speriamo...!



giovedì 7 gennaio 2021

L'ERA DEL TEMPO PERDUTO

 di Elide Da Ros
gruppo di Scrittura Creativa - UTE Sacile
 
Mi è stato chiesto che cosa penso del periodo che stiamo vivendo, di quello che sta succedendo.
Credo di poter dire molto non tanto di ciò che penso ma di quanto è accaduto nella mia famiglia, a mio marito e a me.
A dire la verità, all'inizio non ponevo molta attenzione alle notizie infauste che provenivano dalla Cina e poi anche da altri Paesi.
Pensavo si trattasse di una delle tante influenze stagionali che puntualmente ad ogni stagione fredda colpiscono l'umanità.
Ritenevo inoltre che il malessere venisse rimarcato, al fine di creare nuovi vaccini su cui speculare, come accade spesso.
E poi avevo ben altro a cui pensare.
Nel giro di un anno mio marito ed io siamo stati colpiti da cancro e abbiamo dovuto affrontare entrambi un intervento chirurgico non proprio banale.
A me è andata, per il momento, tutto sommato bene, perché non ho avuto ripercussioni; mio marito invece, da gennaio, aveva dovuto sottoporsi ad un ciclo di radioterapia. Cercavo anche di fare dell'ironia, mentre si stavano diffondendo dati di giorno in giorno più preoccupanti sul nuovo morbo che era sulla bocca di tutti.
E dicevo: se il virus passa da casa nostra, si porta via due malati oncologici e la nostra scomparsa farà almeno felice lo Stato, che si libererà di due pensionati scomodi e anche piuttosto dispendiosi per il settore della Sanità.
Sono stata presa sulla parola.
Mio marito, all'inizio di marzo, aveva cominciato ad avvertire una debolezza insolita.
I medici ci rassicuravano dicendo che si trattava di una condizione normale per chi stava affrontando la radioterapia.
Fino al 6 marzo, comunque, nel reparto dell'Ospedale Civile di Pordenone frequentato da mio marito, nessun operatore indossava la mascherina.
Il 9 mattina tutti ne erano provvisti e, appena lo videro arrivare, lo tennero a distanza e gli chiesero come si sentisse.
Egli disse la verità: si sentiva molto debole.
Gli venne replicato: “Torni a casa, si misuri la febbre e poi ci sentiremo.”
E da quel giorno è iniziato il nostro “calvario”.
La febbre c'era, anche se non molto alta.
Consultammo telefonicamente il nostro medico curante, che s'informò se si fossero manifestati anche disturbi respiratori e problemi di tosse secca e raffreddore.
C'erano solo la febbre, debolezza ed inappetenza.
Io ero abbastanza preoccupata perché mio marito, oltre ad essere un paziente oncologico, è diabetico, cardiopatico ed ischemico; il medico, però, insisteva sul fatto che, secondo i protocolli cui doveva riferirsi, se non si fossero manifestati determinati sintomi, non ci sarebbero stati tamponi né ricoveri ospedalieri.
Bisognava portare pazienza e attendere ulteriori sviluppi.
Venerdì 13 la situazione si era aggravata; il medico ci disse di attendere fino a lunedì e poi si sarebbe deciso il da farsi.
Domenica 15, al pomeriggio, provai a chiamare il 115, perché mio marito si sentiva malissimo, la pressione aveva degli sbalzi paurosi e temevo che gli venisse un collasso. Mi venne risposto che non c’erano mezzi disponibili, che la situazione era grave.
Mio figlio, allora, mettendo a repentaglio la propria incolumità, disse: “Prima che muoia a casa, mio padre, lo accompagno io in ospedale!”
Preparai in fretta una valigetta con il necessario al ricovero e li accompagnai verso l'uscita, non sapendo che cosa aspettarmi per l'immediato futuro, considerato che anch'io avevo cominciato ad avvertire diversi disturbi: una mancanza di energia vitale mai avvertita, nausea al solo vedere il cibo; ciò che mi preoccupò maggiormente fu però la perdita improvvisa dell'odorato e di parte del gusto.
Non avevo né febbre né disturbi respiratori.
Mio figlio ritornò dopo breve tempo riferendo che era stato costretto ad “abbandonare” il padre in Pronto Soccorso e a riportarsi a casa anche la valigetta, perché tutto ciò che proveniva dall'esterno poteva essere pericoloso per l'incolumità del personale.
Non sapevamo allora che il cellulare di mio marito era rimasto dentro la valigia e questo fatto si rivelò fonte di ansia e quasi di disperazione, per i 23 giorni successivi al ricovero. Da quel giorno le condizioni di Roberto si aggravarono.
Sopravvenne la temuta polmonite bilaterale interstiziale.
Non venne mai sottoposto a terapia intensiva perché - ci venne detto chiaramente - gli sarebbe stata letale, in considerazione delle sue molteplici patologie.
Fu sottoposto a ventilazione polmonare continua.
Gli furono somministrati antibiotici, antipiretici, antinfiammatori, antivirali.
L'ultima speranza era affidata al Cortisone.
Per tre settimane, durante i brevi colloqui telefonici che ci furono concessi giornalmente, ci dissero di non farci illusioni, che i polmoni erano distrutti, che non bisognava nutrire speranze inutili.
Ci consolasse il fatto che il paziente non soffriva, perché sedato.
Il giorno più nero fu quello in cui ci venne chiesto di non telefonare, perché il personale aveva tempi ridotti.
Saremmo stati avvisati se e quando...
Nostro figlio però non demordeva.
L'unica scintilla di speranza, in tanto dolore, mi fu istillata da quanto mi disse, durante una telefonata, il dott. Franco Galanti, marito di Maria Balliana: “Abbi fiducia, talvolta, da queste polmoniti interstiziali, alcuni si salvano; i tempi di recupero, però, sono molto lunghi.”
Fu lungimirante.
La nostra angoscia più profonda - del resto quasi universalmente condivisa - era però quella di non poter comunicare con lui, il pensare che si sentisse abbandonato, che potesse andarsene senza una presenza vicina.
Avevamo chiesto più volte, visto che il suo cellulare non si era trovato negli indumenti che aveva addosso al momento del ricovero, di portargliene uno, ma questo ci fu concesso solo dopo oltre tre settimane, quando potemmo consegnare al personale addetto anche la valigetta, disinfettata, bonificata e con indumenti e materiale da toilette nuovi e sigillati.

Da quel momento abbiamo cominciato a intravedere un raggio di sole, dopo tanta oscurità.
Un medico, dopo qualche giorno, ci disse: “Ormai abbiamo fatto tutto quello che è nelle nostre possibilità e lo abbiamo detto chiaramente al paziente, quando ci ha chiesto di dirgli la verità sulle sue condizioni e sulle sue possibilità di sopravvivenza. Ora solo da lui può venire qualcosa, solo lui può aiutarsi con la sua forza di volontà ed il suo attaccamento alla vita!”
E l'impulso a voler continuare a vivere gli venne quando seppe di avere ancora una famiglia.
Pensava infatti che io fossi morta, perché al momento della sua partenza da casa non stavo bene; non sapeva che cosa ne fosse stato del figlio che lo aveva accompagnato in ospedale.
Questo mi disse, piangendo a dirotto, quando finalmente potei parlargli al telefono.
Mi sembra ora impossibile che non gli sia mai stato riferito che lo mandavamo a salutare, che i suoi amici lo pensavano.
Probabilmente lo stato in cui veniva mantenuto, al fine di evitargli la sofferenza fisica, gli aveva alterato la capacità di percepire correttamente quanto gli veniva detto.
Io posso solo immaginare come ci si possa sentire inchiodati ad un letto, pieni di tubicini, attaccati a macchinari, in compagnia del sordo rumore dell'ossigeno, con il suo freddo “soffio” di vita, per oltre un mese e mezzo.
La svolta è avvenuta la sera del giorno di Pasqua.
Un giovane medico, con cui non avevamo mai avuto contatti, ci disse:
“Possiamo nutrire una speranza. Non siamo infatti in grado di affermare che i danni subiti dai polmoni siano irreversibili, perché non abbiamo l'esperienza sufficiente per farlo. Nessuno può in questi casi dire qualcosa di definitivo e che vada bene per tutti. Cercate voi famigliari di dargli tutto il supporto possibile, poiché il paziente ci sembra motivato”.
Da quel giorno mio marito cominciò a mangiare regolarmente, a chiedere che gli venisse portata della frutta, riprese a leggere e cominciò ad ascoltare la radio, che gli avevamo fatto pervenire assieme al cellulare.
Ebbe così modo di rendersi conto di quanto stava succedendo nel mondo e di riprendere un minimo di contatto con la realtà esterna alle quattro mura della stanza in cui era rinchiuso da troppo tempo.
Gli furono di molto conforto le telefonate degli amici, che lo intrattenevano a lungo.
Si meravigliò del fatto che “Bepo”, il suo collega di caccia per oltre 40 anni, non si fosse fatto sentire.
Nessuno aveva trovato il coraggio per dirgli che Bepo, fatalmente accompagnato all'ospedale dal figlio nella mattinata del 15 marzo, appena poche ore prima di lui, non ce l'aveva fatta.
Era sopravvissuto poco più di una settimana di terapia intensiva.
Maria Rosa, sua moglie, quando ebbi il coraggio per contattarla, mi disse: “Pregherò, perché almeno uno dei due si salvi”.
Devo fare qualche riferimento all'aspetto della dignità personale del malato di covid, sulla base di quanto mi ha riferito mio marito, di volta in volta.
Quando entrò in possesso della sua valigetta, poté finalmente togliersi i calzini che indossava da 23 giorni.
Poté indossare il suo pigiama e questo gli diede un immenso benessere, perché aveva sofferto il freddo, con indosso solo il camicione fornitigli dall'ospedale.
Mi confidò che quella notte finalmente dormì un po' rilassato.
La sera successiva però non voleva addormentarsi, per paura di non svegliarsi più. Quando poté guardarsi allo specchio, quasi non si riconobbe, con la faccia piena di peluria datata.
Fu finalmente sbarbato e riuscì in qualche modo a lavarsi.
Era un grosso problema recarsi in bagno, perché il dispensatore dell'ossigeno era collegato al letto per cui, per cambiare stanza, era costretto a cercare di respirare autonomamente.
Ogni sera gli veniva messo il pannolone, di cui regolarmente si disfaceva durante la notte.
E ogni mattina le infermiere si chiedevano come mai il letto fosse sempre asciutto.
Mi confessò che, contravvenendo a tutti i divieti che gli erano stati imposti, ogni notte, per qualche minuto staccava l'ossigeno e raggiungeva la stanza da bagno, camminando addossato alle pareti.
Aggrappandosi poi al letto, con immane sforzo, ne faceva il giro.
Questo, perché temeva di non riuscire più a camminare.
Una notte è anche caduto e non so come sia riuscito a risollevarsi.
Ne ho avuto conferma quando, al suo rientro a casa, scoprii un grosso ematoma sulla schiena.
Direi che, in tanta malora, ha avuto anche della fortuna, perché la sua audacia avrebbe potuto essergli fatale.
A dispetto di tutto, mi disse che non ebbe mai la sensazione di morire.
Solo in una determinata circostanza gli sorse un dubbio.
Mentre era in trasferta da un reparto all'altro - immagino l'ultimo fosse quello creato apposta per i pazienti covid -, fu “depositato” per un'intera notte in una specie di sgabuzzino, non proprio immacolato.
L'orinatoio non era stato svuotato e nella stanzetta l'aria era quasi irrespirabile.
Pensò: “Vuoi vedere che mi hanno portato qui a morire!”
Al mattino giunsero due infermiere, una delle quali molto giovane che, quando egli le salutò, esclamò: “Ma lei è ancora vivo!”
Fu rimproverata dalla collega ma ormai il messaggio era giunto a destinazione.
Roberto disse allora alla giovane: “La perdono in virtù della sua età ed inesperienza.” Da lì fu trasferito poi al Servizio Intermedio Polifunzionale di Sacile, per essere tenuto sotto osservazione e iniziare una se pur minima fase di recupero.
Fu dimesso il 2 maggio, dopo 52 giorni di “clausura”.
Al rientro a casa pesava 49 kg, non riusciva quasi a stare in piedi e aveva un preoccupante colorito grigiastro.
A me spettava ora il compito di riportarlo alla normalità!
Mi piace ricordare quanto mi riferì al rientro dall'Ospedale di Pordenone, dove si era recato nel reparto di Radioterapia, per accertarsi se dovesse riprendere la cura, sospesa dopo 25 sedute su 33.
Quando lo psicologo ed il medico, che lo avevano seguito nel suo percorso, lo videro, gli corsero incontro, lo abbracciarono, lo baciarono, gli strinsero la mano - di questi tempi! -.
Erano felici di rivederlo perché, per un certo periodo, era­no riusciti a seguirlo nelle sue peripezie, poi ne avevano perso le tracce e lo credevano morto.
In quell'occasione, poiché egli si dimostrò stupito dalla mancanza assoluta di precauzioni da parte loro, gli dissero:
“Zanette, adesso è lei che deve avere paura di noi, non viceversa!”
E come ho vissuto io quel terribile periodo?
Le mie condizioni di salute, per fortuna, migliorarono entro breve tempo e quando, il 19 di marzo, potei sottopormi al primo tampone, praticamente non avvertivo più alcun disturbo, fatta eccezione per qualche eruzione cutanea non particolarmente fastidiosa. Uscii però dallo stato di positività solo dopo circa 45 giorni e 7 tamponi.
Mi è doveroso riferire che il personale predisposto ai controlli quotidiani dei positivi agli “arresti domiciliari” è stato inappuntabile, almeno per quanto mi riguarda.
Si era instaurato una specie di rapporto di tipo quasi affettivo tra medico o assistente sanitario e paziente.
Sono arrivata persino a chiedere il nome e cognome di chi mi telefonava, per poter ringraziare della gentilezza usatami, della pazienza dimostrata da parte di sconosciuti verso persone senza volto.
Ricordo in particolare un giovane, Antonio Zorzetto, che riconoscevo immediatamente dal dolce timbro della voce.
E solo Dio può sapere di quanta dolcezza e quanto conforto avessi bisogno in quel periodo!
Penso di essere sopravvissuta , senza “dare di matto”, a quel periodo di clausura involontaria, lavorando, pregando e sperando, come ripeto a chiunque mi chiede come abbia potuto io, abituata a muovermi ogni giorno a piedi e in bicicletta, a rimanere relegata in casa.
Ogni volta che pensavo alle condizioni in cui versava Roberto, venivo presa da uno stato di angoscia, che riuscivo a dominare solo tenendomi costantemente impegnata e pensando a tutte le altre famiglie che si trovavano nella mia stessa situazione, se non peggiore.
Mio figlio ed io ripetevamo ogni sera, dopo la quotidiana telefonata: “E' ancora vivo, possiamo ancora sperare, anche contro ogni pensiero razionale!”
Ho messo a soqquadro ogni stanza della mia abitazione.
Sono riuscita dopo anni a salire su una scala, per spolverare le parti alte degli armadi. Ho buttato via tanta roba che non utilizzavo da anni, imballaggi di televisori, di stampanti.
Ho ripassato tutte le mie riviste a carattere culturale, per capire da quali sarei riuscita a staccarmi, ho regalato libri.
Ho persino fatto del giardinaggio, complice il tempo splendido, che sembrava farsi beffa del lockdown.
Ho pulito porte, finestre, infissi, vetri, come non avevo mai fatto.
Le mie forze sembravano aver preso vigore da quella situazione così paradossale e fuori da ogni normalità.
Mi è stato chiesto se non mi sentissi sola.
Non ne ho proprio avuto il tempo.
Quando ero in casa, il telefono squillava quasi ininterrottamente.
Penso di non esagerare dicendo di essere stata affettuosamente contattata almeno 30 volte in una giornata.
Sono stata chiamata dalle Canarie, da Roma.
Non mi è mai venuto meno il sostegno di parenti, amici e conoscenti, colleghi dell'UTE, ex colleghi di lavoro.
Tanta gente ci è stata vicina nella preghiera.
Un pastore protestante, vicino di casa, disse di aver pregato per mio marito in sette chiese.
Mio figlio e mia sorella Michela mi portavano la spesa.
La mia amica Maria mi recapitava il pane.
Qualcuno mi regalò dell'insalata.
Alcuni amici di Roberto mi donarono degli asparagi, raccomandandomi di lasciarne qualcuno anche per lui (mi tremavano le gambe nel sentirli, considerata la gravità della situazione).
Diego, il giornalaio, ha sempre esaudito le mie richieste.
I vicini di casa, quando mi vedevano intenta a strappare erbacce in giardino,si fermavano a fare una chiacchierata.
Come avrei potuto soffrire di solitudine?
In quel periodo mi sono sentita veramente parte di un coro, in cui l'unica voce stonata ero io.
Infatti gli unici colpiti dal virus, in un isolato che comprende circa 100 famiglie, siamo stati mio marito ed io.
E' stata una grande consolazione il fatto di non essere stati degli “untori”.
La mia giornata tipo era più o meno questa: la mattina mi alzavo prima delle 7.00 e accendevo il fuoco nella cucina economica, fuoco che mi dava un senso di calore anche spirituale.
Ascoltavo alla TV la Santa Messa, celebrata da Papa Francesco.
Nutrivo il mio micio, che mi è sempre stato vicino, di giorno e spesso anche di notte. Procedevo poi con la doccia calda, la doccia fredda e la relativa reazione.
Fatta un'abbondante colazio­ne, iniziato la mia giornata di lavori straordinari.
A pranzo e a cena non mi sono mai alimentata con un panino.
Anzi, mi trattavo piuttosto bene, non anche se ma proprio perché ero da sola.
Non mi sono mai fatta mancare le verdure crude e cotte.
A proposito di quest'ultime, posso dire di aver agito in piena autarchia.
Nel mio giardino tutti i tipi di erba sono i benvenuti.
Mi sono quindi servita abbondantemente di tarassaco, borraggine, cespica, piantaggine, che ho spadellato e mangiato come contorno o utilizzato nelle frittate.
Purtroppo ho dormito poco ma i tempi di veglia sono stati colmati da continue preghiere e tante letture.
In quel periodo ho persino imparato a memoria il “Si quaeris miracula”, quella preghiera recitata dai devoti di Sant'Antonio da Padova, per chiedere miracoli o per ritrovare oggetti smarriti.
Non mi sono mai sentita degna di essere esau­dita.
Anche se non sono mai caduta nella disperazione, non avrei mai immaginato che la mia famiglia potesse essere destinataria di un “miracolo”, ma qualcosa di straordinario è senz'altro accaduto.
E il fatto ancora più incredibile è quello che il beneficiario della Grazia è un ateo dichiarato e impenitente.
Le vie del Signore sono veramente infinite!
La sera del Venerdì Santo, la mia angoscia aveva raggiunto il suo culmine.
Decisi di seguire la Via Crucis di Papa Francesco alla TV, mentre pedalavo sulla cyclette.
Assorbii tutto il dolore delle realtà presentate dagli “attori” di quel rito, insolito a dire la verità, ma toccante e adatto alle circostanze che in quel momento stava vivendo tutto il mondo.
 Quando vidi Papa Francesco, curvo - che sembrava essersi caricato sulle spalle il dolore universale -, appoggiare la testa alla croce, mi venne spontanea questa riflessione: “Io sono una povera disgraziata, nulla posso contro quello che è destinato per Roberto, lo affido allo Spirito e accetto tutto quello che avverrà. Chiedo solo forza e consolazione”.
Da quel momento, mi sentii in pace e dormii per l'intera notte.
Una parte del mio tempo era anche dedicata all'attività fisica.
Il cielo si era sempre mantenuto sereno e mi mancavano da morire le mie corse in bicicletta.
Mi sono quindi rassegnata a pedalare sulla cyclette, che non utilizzavo da anni.
Abituata poi a cammina­re per almeno un'ora tutti i giorni, con qualsiasi tempo, mi sono imposta di fare almeno 10.000 passi nell'arco della giornata.
Mi sono dovuta rassegnare a fare avanti e indietro per i vialetti del giardino e a passare tante volte da una stanza all'altra, ma ce l'ho sempre fatta.
Ho osservato scrupolosamente la quarantena.
Sono uscita di casa solo per sottopormi ai tamponi.
Per la seconda ricerca, per non mettere a repentaglio la salute di mio figlio, che avrebbe voluto accompagnarmi con l'auto, mi sono recata a piedi all'Ospedale Civile di Sacile.
In tutto sono poco meno di due km, ma quel giorno mi sembrarono 20.
Non essendo più abituata a camminare sulle lunghe distanze, sbandavo in continuazione e, appena giunta a destinazione, accettai volentieri la sedia che mi veniva offerta.
Mi ac­corsi in quel momento che tutti gli altri convenuti erano a bordo delle loro auto, proprio come in una sorta di “drive-in”, che avevo visto in TV.
Per i successivi tamponi fui invitata a presentarmi presso la sede della Fiera di Porde­none e devo confessare che mi sembrava un'impresa mettermi alla guida, dopo quel periodo di clausura.
Per fortuna, non incontrai alcun veicolo, nemmeno in autostrada.
Mi sembrava strano poter rivedere da lontano i monti e veder scorrere gli alberi, ormai pieni di fronde.
Mi pareva quasi di essere in vacanza.
Provai qualche attimo di gioia.
Adesso, che il peggio è alle spalle, posso confessare che per una volta mi sono compor­tata da trasgressiva.
La sera, quando uscivo in giardino per ultimare il mio percorso quotidiano di 10.000 passi, vedevo al di là del cancello, sulla strada, qualche mio vicino di casa che, con andare furtivo, volto quasi del tutto coperto dalla mascherina, andava a sgranchirsi le gambe in clandestinità.
Tutti ne avevano abbastanza delle limitazioni alla libertà di movimento, dei famosi 200 metri attorno a casa.
Io, che non sono per natura invidiosa, in quel momento avrei voluto essere al posto di quei “coraggiosi”.

La notte prima di essere dichiarata “negativa”, alle ore 1.30, uscii dal cancello di casa, mi guardai attorno, vidi che non c'era anima viva in giro e decisi di fare qualche passo sul marcia­piede, per vedere se sbandavo ancora.
Mi arrischiai ad arrivare fino alla prima curva e, in fondo alla strada, vidi i fari di un'auto.
Colta dalla paura di essere scoperta ­-­ pensavo fossero i carabinieri in perlustrazione -, infilai di corsa il primo vialetto tra le case a schiera del mio villaggio.
Improvvisamente, alcuni cani cominciarono ad abbaiare e mi sentii perduta.
Sembrava quasi la scena di un film.
Guadagnai velocemente il cancello di casa, non c'erano auto in strada e mi sentii salva.
Il giorno successivo mi fu comunicato il cessato periodo di positività e finalmente, potei uscire.
Mai come in quel momento capii la verità di Colui che scrisse che “La felicità è la fine di un dolore”.
E un'altra frase celebre mi venne in mente, riferendosi al vivere certe sensazioni, che “Intender non le può chi non le prova”.
Su quel periodo infausto posso fare alcune considerazioni, che potranno sembrare quasi blasfeme.
Nonostante tutta l'angoscia vissuta, la clausura sopportata, i malesseri, ho avuto la sensazione, dopo 43 anni di convivenza con mio marito, di godere di una indipendenza insolita, direi quasi assoluta.
E cerco di spiegarmi.
Mi sembrava di avere ora a disposizione il tempo per pensare a mettere un po' di ordine in casa.
Il disordine “fisico” è una componente del mio carattere, penso in parte dovuta ai miei troppi interessi. Inoltre sono un'accumulatrice seriale.
Come ho ribadito spesso, non riesco a buttar via nemmeno i ricordi.
Finalmente avrei potuto cambiare qualcosa, per poter rendere meno infelice il mio consorte.
La beffa era però all'angolo: c'era la possibilità, quasi certa, che non sarebbe riuscito a vedere i risultati del mio operato.
Rimasta sola in casa, mi sono resa conto che nessuno si aspettava più qualcosa da me, dovevo occuparmi solo di me stessa.
Potevo mangiare quello che volevo e quando volevo, fare solo quello che mi sarebbe sembrato più opportuno.
Non avevo più orari da rispettare e non era cosa da poco!
Mi è accaduto anche un fatto strano: sono dimagrita di 5 kg in 5 settimane, io che di chili ne ho sempre avuti in esubero.
Chi mi conosce bene pensava che lo stare “ferma” mi avrebbe fatta ingrassare e portata alla depressione, ma è stato smentito.
Inoltre, io, abituata a non chiedere qualcosa, se non in caso di necessità, mi sono trovata a dipendere da altri.
E questo mi ha portato a riflettere molto su me stessa e sulla mia iperattività.
Ho imparato ad apprezzare maggiormente la libertà e la salute, che tutti diamo quasi sempre per scontate.
Anche dalle situazioni più brutte si può ricavare del buono.
Di quel periodo ho goduto il silenzio cui da tempo non ero abituata, forse dall'infanzia; il vedere che gatti e uccellini erano diventati padroni delle strade.
I merli mi venivano a cercare in giardino.
Erano ricomparsi i passeri, che da tempo non si vedevano.
E poi un fatto insolito.
Il mio gatto talvolta passava la notte fuori casa e, in quelle occasioni, ero solita lasciare delle ciotole in giardino con degli avanzi di cibo o dei croccantini.
Una sera, aprendo la porta sul retro dell'abitazione, chinato su una ciotola con degli spaghetti, vidi uno strano animale.
Al momento mi sembrò una “pantegana”.
La bestiola, quando mi vide, fuggì ed andò a nascondersi in un angolo, nei pressi della legnaia, appallottollandosi.
Capii così che si trattava di un riccio.
La sera successiva, alla “mensa”, si presentarono in due e così nelle notti successive.
Quando mi vedevano non si allontanavano più.
Avevano capito che ero un “fuoco amico”.
Dopo diversi giorni, ebbi anche la gradita sorpresa di notare che avevano fatto la tana in un angolo del giardino, sotto un mucchio di erbacce, che non avevo potuto smaltire.
Tutto ciò mi aprì l'animo alla gioia e mi fece sentire più che mai in pace con l'universo.
Qualcuno mi ha chiesto, dato il tempo vuoto da colmare, se avessi ripreso a ricamare, a dipingere o a scrivere.
Nulla di tutto questo è avvenuto.
Per coltivare le proprie passioni, bisogna avere l'animo libero dal dolore, che arriva ad offuscare tanti buoni propositi.
E a chi continua a voler negare la gravità della situazione che l'umanità sta vivendo, gli direi di passare da casa mia, per ascoltare un po' di vita vissuta.
Al di là della disperazio­ne di coloro che sono stati colpiti nel modo più atroce, bisogna pensare anche al recupe­ro di coloro che hanno avuto la fortuna di tornare a casa.
C’è chi ha perso l'uso degli arti inferiori e spesso anche superiori e non si sa se e quando potrà recuperare.
Qualcuno avverte dolori nelle articolazioni, nei muscoli.
E' difficoltoso “re-imparare” a respirare, a camminare.
Mio marito, rientrato a casa, trascorse diversi giorni tra il divano ed il letto.
Quando decise di recarsi all'aperto, fu costretto ad addossarsi alle siepi o alle recinzio­ni, anche solo per percorrere qualche decina di metri.
Più tardi studiò dei percorsi che fossero dotati di panchine.
Grossi problemi dovette affrontare per salire le scale.
Ci sono poi problemi di congiuntiviti, di eruzioni cutanee e poi tante altre conseguenze che nessuno è in grado di valutare, perché manca l'esperienza di una simile calamità.
E che dire dei problemi relativi alla perdita di memoria, di contatto con la realtà, di disorientamento?
Roberto, a cui piace molto preparare la tavola, mi ha confidato che per qualche tempo non si ricordava nemmeno più quale fosse il cassetto in cui sono contenute le tovaglie.
Non sono poi da sottovalutare i danni psicologici derivanti dalle limitazioni necessariamente imposte dalle autorità, per non parlare di quelli economici e sociali.
Come cresceranno i bambini di questo periodo?
Che ne sarà della scuola?
Come faremo ad abituarci a vivere - noi che credevamo di non conoscere limiti al nostro modo di agire - senza poter fare dei programmi, nutrire dei sogni, che vadano al di là della prossima settimana o del prossimo Decreto Legge?
Gli antichi non si arrischiavano a superare le Colonne d'Ercole; nell'anno mille si temeva la fine del mondo; quelli della mia generazione e parte di coloro che ci hanno preceduti sono stati cresciuti nella paura dell'Inferno.
Da decenni ormai non si teme più nulla.
Non ci si vuole rendere conto che sul pianeta siamo in troppi e insultiamo continuamente la natura che, a un certo punto, decide di difendersi.
Che il virus sia stato creato in laboratorio o si sia sviluppato spontaneamente non è rilevante.
Il dato di fatto è che è più forte di noi ed è un nemico invisibile e subdolo.
Sceglie su quale soggetto attecchire e quanto “albergare” in un orga­nismo.
Se si trova bene, si può fermare anche per mesi.
Gli scienziati con le loro ricerche e noi, con il nostro comportamento, possiamo e dobbiamo solo cercare di rendergli la vita impossibile.
Io non sono più giovane. Da diversi anni mi sento sfumare il tempo tra le dita e mi chiedo sempre se riuscirò a portare a termine alcuni progetti, che tengo in un cassetto.
Come tutti, mi trovo costretta a rimandare a giorni migliori.
E allora cosa posso pensare di questo tempo che stiamo vivendo?
Mi viene in mente solo una definizione: questa è l'era del tempo perduto.
 
***


COSA MI HA INSEGNATO LA PANDEMIA?

 di Marinella Cestari
gruppo di Scrittura Creativa - UTE Sacile

Tutti gli avvenimenti, anche i più tragici della vita degli uomini, insegnano qualcosa.
E' inevitabile!
Ebbene la pandemia, che tuttora stiamo vivendo, mi ha insegnato tante cose:
I° - A lavarmi le mani, sì perché sembra una cosa semplice e invece no!
Bisogna insaponarle poi strofinarle intrecciando le dita e poi sul dorso per almeno
sessanta secondi, quindi procedere al risciacquo sempre strofinando con energia ancora
per sessanta secondi. Insomma visto che, come dicono, le mani si dovrebbero lavare,
in media, venti volte al giorno, vuol dire che in totale dovremmo spendere almeno
quaranta minuti al giorno sotto il rubinetto dell'acqua!!!
II°- A distanziarci dalle persone, perché non basta la mascherina, bisogna anche non andarci troppo vicino e infatti, non so voi, ma io a volte fatico a capire quello che mi si dice e annuisco senza aver capito quasi nulla!!!
III° - A pulire, più del normale, e a disinfettare ogni confezione che si porta a casa dal supermercato, lasciandola prima decantare all'aperto, così che tutti i cibi poi hanno un sapore leggermente alcolico!!!
IV° - E poi ho imparato a compilare l'autocertificazione. Vi pare poco? Ma quante ne sono uscite! Una vera collezione!
V° - La pandemia mi ha insegnato anche a salutare in modo diverso: gomito a gomito, saluto fascista, baci affidati al vento!
VI° - E poi che è inutile programmare tutto e che bisogna vivere giorno per giorno, cercando di essere felici per le piccole cose come un caffè al bar con le amiche, una passeggiata quando il sole invernale fa capolino, come bere una tisana avvolta in un caldo plaid davanti al programma TV preferito e ancora un bel libro giallo da leggere avidamente per scoprire finalmente chi è l'assassino!
Ma soprattutto la pandemia mi ha insegnato a credere, nonostante tutto, nella forza e nella capacità degli uomini.
Anche questa volta, come i nostri predecessori di tutti i tempi, ce la faremo!!!
                                                                     

                                                             ***


UN QUADERNO DEI DESIDERI

 di Elda Piai
gruppo di Scrittura Creativa - UTE Sacile

Non mi ero mai accorta di quanto fosse bella la via in cui vivo, né di quanto fosse rassicurante osservare le cose degli altri dalla mia finestra.
Nessuno poteva più uscire.. e per la prima volta ho sperimentato la mancanza della libertà.
Un silenzio assordante aveva invaso le nostre strade, interrotto solo dalle sirene delle ambulanze, tante... troppe!
Non avevo mai colto veramente il significato dell'espressione “bollettino di guerra” fino a questo momento.
Sono state settimane difficili, piene di paura e di sofferenza, di preoccupazione e di smarrimento. 
Ho visto e sentito la nostra fragilità umana, ma ho toccato con mano anche la nostra capacità di rialzarsi e di andare avanti.
Talvolta ho avuto l'impressione di sprecare il mio tempo, capita spesso, abituati come siamo a far qualcosa comunque; ma presto ho compreso che il solo atto di respirare è un dono prezioso, valendo la pena di riempire il tempo con tutto quello che amiamo fare.
Così ho ripreso ­- ­dopo alcuni mesi - a disegnare, scrivere, strimpellare.
Tutto quanto ho successivamente regalato alle persone che ho conosciuto ed apprezzato.
Questo è stato il mio far sapere loro che li ho ricordati.
Era stato un modo per non sentire la paura e per riempire il silenzio del distacco.
Ho sentito così vicine le persone a me care, come non avevo prima percepito.
Ho capito, dentro il mio cuore, quali fossero le priorità e quali persone contassero per me davvero.
Mi son sentita orgogliosa di appartenere ad una Comunità, dignitosa, rispettosa, provata dalle circostanze insolite, ma unita nella Preghiera come non mi era mai capitato.
Ho parlato spesso a Dio... ho parlato spesso con Lui... poiché ne ho colto le risposte! Le telefonate e gli scambi di messaggi con le amiche e tutti i miei familiari, sembravano dei trattati di “filosofia” tanto erano profondi e ugualmente capaci di riportarmi la serenità in un attimo.
Quanto voglio bene a queste persone!!!
La famiglia è stata il nucleo sicuro in cui mi son sentita riparata, comprendendo così - ancora una volta - che AMARE significa prendersi cura dell'altro.
Dunque l'isolamento ci ha costretti ad occuparci di un mucchio di cose a cui non eravamo abituati.
Così una ricetta di cucina era l'alibi per coinvolgersi, al telefono, con tante amiche. Fino al momento in cui emerse l'idea di comporre un QUADERNO, dove si potessero appuntare tutti i DESIDERI irrealizzabili nel momento di contenimento della Pandemia... facendo promessa di metterli in atto non appena possibile.
Niente sarà come prima!
Il dolore non si dimentica facilmente.
Niente sarà più come prima!
L'ho capito quella sera di aprile in cui un'amica mi ha chiamato al cellulare da sotto il balcone dicendomi: ”Se ti affacci sono qui sotto”.
Quel gesto è stato più emozionante di una serenata d'amore.
Niente sarà più come prima!
L'ho capito il primo giorno di maggio quando sono uscita per la prima volta… e mi sembrava di vedere un mondo nuovo.
Niente sarà più come prima!

Gli incontri, gli sguardi, la presenza, gli abbracci.
Siamo fatti di questo… e questo è quanto ci manca tremendamente.
Chissà se ci ricorderemo di osare tanto nuovamente.
Piango spesso ripensando ai mesi trascorsi, e la paura fa ancora capolino.
La pausa forzata mi ha portata ad entrare in me stessa!
Guardo ancora fuori dalla finestra ripensando ai volti delle persone che abitano quì vicino da tanto tempo.
Penso spesso ai miei compagni di “scrittura” dell'UTE, alla nostra tenace insegnante Marta che ci aiuta, che ci tiene raccolti tramite le sue lezioni on-line.
Non finirò mai di ringraziarli tantissimo per le rispettive frasi di intrattenimento, anche ironico che mi inducono a sorridere e specialmente farmi liberare benefiche risate!
Poi guardo il Cielo, piango e sorrido e poi penso che niente sarà più come prima... neppure io!
Vorrei che domani QUALCUNO possa raccontare, a CHI oggi non è ancora nato, cosa è successo nel nostro mondo.
Leggendo queste righe - forse - ci scapperà qualche lacrima.
Lasciamola uscire... anche lei, forse, non riesce a stare nello spazio assegnatole.
 
***

Il Quaderno dei Ricordi - presentazione

 Il Gruppo di Scrittura Creativa dell'UTE di Sacile, guidato da Marta Roghi, dedica a tutti un piccolo “Quaderno di Racconti”, scritti durante i mesi del lockdown. 

Si tratta di esperienze dirette e indirette che resteranno a ricordo di un momento storico di cui tutti speriamo di poter presto parlare al passato.

Quindi i post che seguono conterranno questi racconti.

Speriamo che saranno di vostro gradimento, in caso contrario cercheremo di fare meglio la prossima volta.


venerdì 1 gennaio 2021

L'angolo della Poesia

                            IMMERSA IN UN MARE D'ERBA

                                Immersa
                                     in un mare d'erba,
                                        costellato di fiori
                                             dai colori brillanti;
                                                  circondata
                                                        dai monti, degradanti
                                                                in sinuosa catena;
                                                respiro il profumo
                                    dello spirito che anima
                             questo luogo.
                                         Socchiudo gli occhi:
                                                essere là,
                                                      parte della natura,
                                                                è emozionante.
                        In mezzo a quel nulla,
                                a quell'assenza di parole,
                                 solo con il sussurro
                                        di un leggero vento,
                                            sento di avere il tutto.
                                                                    Lontani ricordi
                                                        invadono la mia mente.
                                                    In passato, proprio qui,
                                                in momenti di sconforto,
                                            in questo misterioso angolo
                                        del regno del silenzio,
                                ho trovato la serenità,
                                                benessere, armonia, verità.

                                                         Titti e Lina, 6 luglio 2020 (a quattro mani)